Un video si guarda. Un'esperienza si attraversa, e resta. È il territorio dove il mestiere si vede in due secondi — o non si vede affatto, perché non ha funzionato davanti a mille persone.
Quando c'è gente in sala, o in piazza, non c'è modo di rifare la scena. Il contenuto parte all'ora prevista e funziona o non funziona. Ventitré anni di eventi dal vivo ci hanno insegnato una cosa sola, ma bene: che tutto quello che può andare storto va previsto prima, non risolto dopo.
Per questo su queste cose non si improvvisa e non si affitta un'idea. Si va sul posto, si misura, si prova di notte quando la piazza è vuota. Due notti di allineamento dei proiettori non sono un intoppo: sono il lavoro.
È anche il territorio in cui si capisce se un fornitore ha il mestiere o sta rivendendo la tecnologia di qualcun altro. Un'esperienza che stupisce e non dice niente è un fuoco d'artificio: costa uguale e non lascia nulla.
La facciata di un edificio che diventa la superficie del racconto. Non luci che si muovono: un contenuto costruito sulla geometria di quella facciata, che su un'altra non funzionerebbe.
Una sala in cui il contenuto è su tutte le pareti e chi entra è dentro, non davanti. Serve quando devi far provare qualcosa, non spiegarla.
Un'installazione che reagisce a chi la guarda — al movimento, a una scelta, a un dato che arriva in tempo reale. La progettiamo e la dirigiamo noi; la tecnologia entra solo dove aumenta partecipazione o memoria, mai come dimostrazione di sé.
LED curvi, schermi fuori formato, pareti da decine di metri gestite come una sola immagine. Ventitré anni di eventi dal vivo servono esattamente qui: a sapere cosa regge in sala e cosa no.
L'annuncio che esce dal proprio riquadro su un maxischermo urbano. Un formato che funziona solo se il 3D è fatto bene, perché è quello il contenuto.
Il suono come materia dell'esperienza e non come colonna sonora. Vale per uno spazio da attraversare, per un'installazione, per un momento di evento.
L'Università Cattolica compiva cento anni. La tentazione, su una facciata come quella, è fare uno spettacolo di luci: funziona, stupisce, e finisce lì.
Abbiamo cercato negli archivi e abbiamo trovato i disegni originali del 1928. Sono diventati il contenuto: la facciata raccontava la propria costruzione, con i tratti di chi l'aveva progettata. Tre minuti di animazioni, non un'ora di effetti.
Sullo stesso terreno, per il Teatro Massimo di Palermo, abbiamo prodotto ventisei video per quaranta minuti di proiezione su un tema sociale, con un budget che non era da grande evento.
Non compri una lavorazione alla volta. Compri una squadra che le ha tutte — 14 postazioni collegate su un server condiviso, registi, filmmaker, montatori, motion designer e artisti 3D nello stesso studio a Milano. Su un evento dal vivo conta più che altrove: quando manca qualcosa alle due di notte, la si fa, non la si ordina.
Mezz'ora, senza presentazione e senza slide. Ci racconti l'azienda, noi ti diciamo cosa si vede da fuori e cosa no. Poi decidi tu.
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